A.A.A. CERCASI DIRITTI AD INQUINARE

 

Il sistema di scambio di quote di emissione di gas ad effetto serra viene introdotto dall’Unione europea nel 2005 e noto come sistema ETS, nasce con l’obiettivo di indurre le grandi imprese del Vecchio Continente ad inquinare di meno. L’idea era piuttosto semplice: fissare un tetto massimo alle emissioni di alcuni agenti inquinanti.

 

Un mercato al quale accedono 11mila imprese

La ragione per la quale fu introdotto un tetto fu quella di rendere il più possibili “rari” i diritti ad inquinare. Ciò avrebbe dovuto tenerne alti i prezzi e fungere da deterrente. Le imprese, in altre parole, pur di non spendere quanto necessario per acquistare i titoli ETS avrebbero dovuto preferire investire per adottare tecnologie in grado di limitare le emissioni o riconvertire le loro produzioni.

Le imprese coinvolte ad oggi sono circa 11mila in 31 Paesi d’Europa (il mercato include anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia). A loro, è stato concesso di acquisire le quote in tre modi.

  • Comprandole direttamente da altre imprese che ne hanno in eccedenza;
  • Passando per un intermediario finanziario;
  • Attraverso una Borsa;

 

Ciascuna nazione stabilisce un Piano nazionale di Allocazione delle quote e lo fa approvare dalla Commissione europea che vigila affinché il tetto globale non venga sforato.

 

Le quote di emissione

Le aziende e le industrie che, per le loro attività, emettono tali sostanze, possono ricevere le cosiddette quote di emissione, in sostanza, dei diritti ad inquinare: una quota corrisponde alla facoltà di emettere una tonnellata equivalente di CO2. Inoltre, le aziende possono acquistare le quote sul mercato ETS, come fossero delle azioni.  I titoli che troveranno sono quelli posti in vendita da altre imprese, che hanno inquinato di meno e quindi non hanno utilizzato i loro diritti.

L’idea era stata introdotta dal protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005. Nel testo si era infatti immaginato un meccanismo internazionale di scambio di quote tra (o all’interno de) i 38 Paesi più industrializzati del mondo. Quello europeo è attualmente il più grande in termini di valore di mercato e si trova attualmente nella sua “fase III”, che va dal 2013 al 2020.

 

 

Il crollo dei prezzi negli anni della crisi

Il mantenimento a livelli alti dei prezzi dei diritti ad inquinare, però, non si è verificato. Al contrario, i prezzi dei carbon credit sono via via scesi, fino ad arrivare a toccare i 3 euro circa. Oggi il valore è in parte risalito. Ma per comprare il diritto ad emettere una tonnellata di CO2 bastano ancora 15 euro, ma se si vorranno centrare gli obiettivi climatici, il prezzo non dovrà essere inferiore a 40 euro.

Contrariamente al sistema ipotizzato nel Protocollo di Kyoto, il meccanismo ETS prevede che anche le banche d’investimento possano acquistare i titoli. Inoltre, il mercato europeo dei diritti ad inquinare ha mostrato tutti i suoi limiti a partire dal 2008. Da quando cioè è esplosa la crisi finanziaria internazionale. Nel corso degli anni più duri, infatti, numerose imprese si sono viste costrette a diminuire le loro produzioni. Il che, di conseguenza, ha provocato un calo delle emissioni inquinanti. Di conseguenza, molte aziende si sono trovate in mano carbon credit in eccesso e hanno cercato di venderli.

 

L’Ue corse ai ripari per la fase 4 del sistema ETS

In passato tale aumento dell’offerta (benché limitata nel suo complesso dal tetto globale) ha così portato ad un crollo dei prezzi. Ai primi segnali di ripresa, dunque, il costo necessario per emettere una tonnellata equivalente di CO2 era diventato irrisorio. È per questo che l’Ue ha deciso, nella fase 4 del sistema ETS (2012-2030) di introdurre alcune novità.

La Commissione europea ha spiegato che «il quadro legislativo del sistema ETS dell’UE per il prossimo periodo di scambio (fase 4) è stato rivisto all’inizio del 2018 per poter conseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni». In particolare, si punta a ridurre le quote ogni anno del 2,2%. Ciò dovrebbe incrementare l’effetto-rarità contribuire a sostenere i prezzi, anche in caso di crisi.

 

L’ultima fiammata sembra legata alla Brexit

In questo momento il prezzo della CO2 ha di nuovo preso il volo, riportandosi ai massimi dall’estate 2008: un’impennata che potrebbe segnare l’avvio di un rally simile a quello dell’anno scorso e che minaccia di contagiare come allora tutto il comparto dell’energia.

La speculazione avrebbe intensificato gli acquisti di CO2 man mano che prendeva corpo l’ipotesi di un lungo rinvio dell’uscita di Londra dalla Ue. Al momento dell’addio – specie nel caso di «hard Brexit» – la Gran Bretagna riverserebbe sul mercato un gran numero di quote di emissione, con evidenti effetti ribassisti.

 

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