Come sta andando il Recovery Plan: inizia davvero la transizione ecologica?

Il Recovery Plan, attuato nel PNRR, comporta l’arrivo di moltissimi fondi dall’Unione Europea verso il nostro paese (come per tutti i membri dell’UE), di cui una gran parte sono dedicati alla transizione ecologica: il concetto, infatti, è proprio far «ripartire» l’economia devastata dalla pandemia, ma non con le stesse modalità che erano la normalità fino all’avvento del Covid19, anzi inaugurando delle nuove politiche che sappiano coniugare il rispetto dell’ambiente con la crescita economica.

 

A questo proposito, come sta andando il lavoro del Mite e del ministro Cingolani? Vediamolo insieme.

 

Il Ministero della Transizione ecologica sta lavorando agli obiettivi del Recovery Plan

Partiamo dalle cifre: le risorse destinate al Ministero della Transizione ecologica sono ben 34,6 miliardi di euro per progetti propri, ai quali poi si affiancano quelli condivisi con altri dicasteri e con questi cofinanziati.
Come racconta il Sole 24 Ore, l’avanzamento dell’applicazione dei punti del Recovery evidenzia un qualche ritardo: «delle 51 misure distinte tra riforme e investimenti che prevedono una milestone o un target entro il 31 dicembre, un solo investimento su quattro è già stato conseguito (la proroga del superbonus, introdotta con la legge 101/21 di conversione del Dl sul Fondo complementare) mentre tre riforme sono ancora da realizzare».


La situazione è però in miglioramento perché da allora il Mite «ha iniziato a pubblicare sul sito i decreti (e gli avvisi collegati) con i criteri di selezione per i progetti di raccolta differenziata e impianti di riciclo (per i quali il Piano stanza 1,5 miliardi di euro) e per le iniziative “faro” di economia circolare (600 milioni), nonché il decreto di approvazione del piano operativo per il sistema avanzato e integrato di monitoraggio e previsione dei rischi idrogeologici (con 500 milioni a disposizione e con il 90% della superficie delle regioni del Sud da coprire entro settembre 2024)». Insomma, le tappe principali del percorso sono ormai definite, anche se resta ancora in sospeso la fase di applicazione e di messa a terra.

 

La Cop26 e l’Italia: un passo avanti significativo oppure dei blandi annunci?

Il Ministero della Transizione ecologica è stato protagonista, nella figura del ministro Cingolani, della Cop26 tenutasi a Glasgow a inizio novembre. Nonostante molti attivisti e associazioni, tra cui spicca ovviamente Greta Thunberg per popolarità, abbiano bollato subito i risultati conseguiti soltanto come «bla bla bla», qualche segnale positivo è comunque arrivato; anche l’Italia ha aderito ad alcuni accordi internazionali, quali:

  • –  Global Coal to Clean Power Transition Statement: cioè il patto a livello globale per favorire la transizione dal carbone all’energia pulita, in cui si riconosce che la produzione di energia da carbone è la principale causa dell’aumento della temperatura globale
  • –  Stop alla deforestazione entro il 2030: oltre 100 paesi hanno aderito a questo impegno, tra cui Russia, Cina, Indonesia, Colombia, Congo e Brasile che ospitano l’85% delle foreste del mondo
  • –  BOGA – Beyond Oil and Gas Alliance: si tratta dell’alleanza per cessare la produzione di idrocarburi. Qui l’Italia partecipa solo in qualità di friend, non attivamente dunque, ma si tratta di un primo passo positivo poiché il nostro paese riconosce che non servono più nuove trivelle, e che quelle esistenti vanno inquadrate in una strategia di zero emissioni

    Insomma, il nostro paese sta iniziando a intervenire in maniera significativa adottando nuove strategie per la transizione ecologica, finalmente sostenute dai fondi resti disponibili dal PNRR.

     

     

 

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