Le isole (DI PLASTICA) dell’oceano

Qualche tempo fa vi abbiamo parlato del pericolo dell’inquinamento dei sacchetti di plastica e dell’oggettistica usa e getta che usiamo nel nostro quotidiano ma la domanda che vogliamo porci è: Dove va a finire la plastica che usiamo ogni giorno?

La risposta è tanto semplice quanto spaventosa.

Se negli emirati arabi nasce The Word, un gruppo di 300 isole artificiali creato dall’uomo, negli oceani stanno nascendo altri tipi di isole tra le acque cristalline. Non ci sono palme, spiagge da sogno o enormi fiori colorati: solo ammassi di plastica e rifiuti di ogni genere.

 

 

 

 

 

Cosa sono le isole di plastica

Le isole di plastica sono isole in mezzo all’ oceano o in mezzo al mare fatte solo ed esclusivamente di spazzatura. Tonnellate di immondizia, di rifiuti di plastica, che sono giunte nelle acque del mondo tramite le correnti marine e le maree rimangono intrappolate.
Fino all’estate del 2019 ne erano  6, quando ne è stata scoperta un’altra.

 

GPGP

Nell’area in cui confluiscono le correnti oceaniche subtropicali, nel Nord dell’Oceano Pacifico, sorge infatti la Great Pacific Garbage Patch (GPGP) o Pacific Trash Vortex, ovvero un’enorme isola di plastica galleggiante.  Le sue dimensioni sono immense: le stime parlano di un minimo di 700.000 km² di estensione fino a più di 10 milioni di km², per un totale di circa 3 milioni di tonnellate di rifiuti accumulati.

 

South Pacific Garbage Patch

Grande 8 volte l’Italia, la South Pacific Garbage Patch è stata scoperta recentemente dal capitano Charles Moore e dal suo team al largo del Cile e il Perù, gli stessi che nel 1977 scoprirono il Pacific Trash Vortex. L’isola ha una superficie che si aggira intorno ai 2,6 milioni di chilometri quadrati e contiene prevalentemente microframmenti di materie plastiche erose dagli agenti atmosferici.

 

North Atlantic Garbage Patch

Scoperta per la prima volta nel 1972, l’isola del Nord Atlantico è la seconda più grande per estensione (si stima che potrebbe sfiorare i 4 milioni di km²). Mossa dalla corrente oceanica nord atlantica, è famosa per la densità di rifiuti al proprio interno. Le stime parlano di oltre 200mila detriti per chilometro quadrato. 

 

South Atlantic Garbage Patch

Forse la più “piccola” tra le isole di plastica, la South Atlantic Garbage Patch si estende per oltre 1 milione di chilometri quadrati e viene mossa dalla corrente oceanica sud atlantica. Situata tra l’America del Sud e l’Africa meridionale, è stata poco documentata e raramente intercettata dalle rotte più commerciali.

 

Indian Ocean Garbage Patch

Estesa più di 2 chilometri e con una densità di 10mila detriti a chilometro quadrato, l’isola dell’Oceano Indiano è stata ufficialmente scoperta nel 2010, anche se la sua esistenza era già stata ipotizzata nel 1988 dall’agenzia statunitense NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration).

 

L’isola di plastica nel Mediterraneo, in Italia.

Se pensiamo che le isole di plastica siano un problema lontano ci sbagliamo di grosso.
Anche in Italia abbiamo la nostra isola di plastica nel Mediterraneo. Una minaccia per il bel paese e per l’ecosistema intero.
Si trova a nord ovest dell’Isola d’Elba, tra il corno della Corsica e l’Isola di Capraia.

Secondo i recenti dati del WWF, l’Italia produce 4 milioni di tonnellate di rifiuti. L’80% proviene dall’industria degli imballaggi. Ogni anno in natura sono riversati 0,5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici.

L’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer ha spiegato che ciclicamente nel Mar Tirreno si forma questo accumulo di tonnellate di rifiuti, a seconda delle correnti marine. I rifiuti possono accumularsi anche per decine di chilometri.
L’isola appare all’improvviso, dura qualche settimana o al massimo un paio di mesi, poi scompare per ricomparire cronicamente.

Le conseguenze delle isole di plastica non sono da sottovalutare.
Innanzitutto perché sono una delle principali cause di perdita di biodiversità sulla terra.
E poi perché peggiorano la salute dell’uomo. Uomo che è causa principale di questo riversamento di rifiuti nei mari del mondo.

 

 

 

Cosa possiamo fare?

L’argomento della rimozione della plastica negli oceani è diventato caro a molti ed è per questo che sono nate tante associazioni che promuovono l’acquisto di prodotti a favore della causa.

Creando gadget come magliette, tazze, borracce di design e accessori di ogni tipo per diffondere il messaggio dell’importanza della lotta all’inquinamento dei mari. 

La tartaruga è diventato il simbolo di questo e “Skip a straw, save a turtle” è un messaggio semplice quanto efficace. E per evitare di utilizzare cannucce, come suggerito dallo slogan, una valida alternativa sono le cannucce in bambu’ e in acciaio, riutilizzabili e dotate di scovolino per la pulizia e sacchetto di tela per il trasporto. 

 

 

Piccole tartarughe stilizzate sono illustrate su borracce che non solo di per se’ combattono l’inquinamento dovuto alle bottigliette di plastica monouso ma devolvono anche il 25% del ricavato per progetti per la pulizia dei mari dalla plastica.

Leggi di più, sull’inquinamento dei sacchetti di plastica, sul nostro precedente post.

 

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